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22.03.2013 - 08:05:14

Le favole aiutano i bambini a crescere felici: ma come utilizzare questo meraviglioso strumento educativo?
Raccontare storie è un'arte: e, come tale, si può imparare.
Questi sono 5 modi -frutto sopratutto della mia esperienza diretta- con cui è possibile usare lo storytelling a scopo educativo: a voi la scelta su quali preferire e applicare.
Cosa intendiamo per storia educativa? Una storia può essere:
1. Un racconto orale o scritto (libro , fumetto, ...)
2. Un cartone animato, un film o una recita a teatro
3. Disegni e lavori fatti, ad esempio, con plastilina, oppure foto
4. Un gioco, con dei personaggi che agiscono secondo un copione (principe, fate, contadini, ecc.)
5. Una canzone (si pensi ad esempio al brano "Il sirtaki di Icaro", dello Zecchino D'Oro del 2012), una poesia o, ancora meglio, una filastrocca ("Giovannino Perdigiorno" di Gianni Rodari ne è un esempio straordinario)
Attraverso queste 5 diverse forme di racconto, possiamo regalare ai nostri bambini una quantità notevole di esperienze e suggestioni utili, che li aiuteranno a crescere in modo più consapevole.
Provateci e...mi racconterete :-)
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28.02.2013 - 10:15:06
Dà fiducia a tuo figlio,
imparerà a fidarsi di sè.
Chiedigli spesso cosa vuole ottenere,
imparerà a scegliere.
Chiedigli, dopo, cosa ha ottenuto,
imparerà a valutare le conseguenze delle sue azioni.
Dagli affetto e attenzioni,
imparerà ad amarsi.
Permettigli di esplorare e sperimentare ciò che ha attorno,
imparerà la curiosità e il coraggio.
Aiutalo il meno possibile,
imparerà ad essere autonomo.
Offrigli esempi positivi,
imparerà a realizzarsi.
Mantieni le tue promesse,
imparerà a mantenere le sue.
Gioca con lui,
imparerete a divertirvi insieme.
Raccontagli una fiaba,
imparerà a sognare.
Massimo Fancellu
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07.02.2013 - 11:25:36
 In una nave di alto tonnellaggio lavoravano più di cento marinai.
La nave era vecchia, ma loro erano abituati a stare li e, nonostante alcune cose non funzionassero più come prima, loro si trovavano bene.
Durante un viaggio, nella nave si apre una falla e il capitano si trova costretto a riparare in porto.
L'armatore, presa visione delle condizioni della nave, decide che è troppo vecchia e che deve essere rottamata.
Ma i marinai non vogliono lasciare la loro vecchia nave: sono preoccupati del loro futuro perchè non sanno se e quando troveranno qualcosa di meglio come lavoro.
A questo punto, i marinai e le loro famiglie coinvolgono i sindacati ed altre associazioni, e tutti insieme iniziano a fare pressione con i politici locali.
Questi, dal canto loro, non sono convinti che riparare una nave già troppo vecchia sia una buona idea, ma non si sentono di prendere posizione contro i marinai perchè questo rovinerebbe la loro immagine ai fini elettorali, facendoli sembrare "cattivi" o incapaci.
Alla fine, dopo una lunga trattativa, grazie alla sovvenzione voluta dai politici, l'armatore si vede costretto a turare la falla e la nave viene rimessa in mare.
Non tutti i marinai, però, rientrano nella flotta: qualcuno va in pensione, mentre un altro gruppo ristretto di lavoratori decide di cercare lavoro presso altri armatori; una minoranza decide addirittura di mettersi in proprio, avviando un'attività di noleggio gommoni per turisti.
Dal canto suo, considerate le condizioni della nave, che non danno molte prospettive per il futuro, l'armatore non si sente di assumere altri marinai ma neanche di farne costruire una nuova, a causa delle sue poche risorse finanziarie disponibili.
Ma i marinai, dopo aver protestato un po' perchè le loro condizioni sono peggiorate leggermente, si adattano alla nuova situazione che li lascia, comunque, tranquilli circa il loro immediato futuro.
Passato qualche mese, però, nella nave si apre una nuova falla; questa volta, più grossa della precedente.
L'armatore intende rottamare la nave ma, ancora una volta, i marinai organizzano la protesta e i politici, tirati nuovamente in ballo, decidono di continuare a perorare la loro causa.
Dopo un'estenuante trattativa, il risultato è che tutti si adattano a delle condizioni peggiorative pur di continuare a mantenere a galla la nave: l'armatore investe qualcosa per far riparare il guasto, i marinai si trovano costretti a lavorare di più (un altro gruppo lascia l'impiego per creare una cooperativa di pescatori e l'armatore non assume nessun altro al loro posto) e l'ente politico finanzia una parte del costo della riparazione..
Insomma, ciascuno si accolla una fetta di sacrifici per far continuare a navigare l'imbarcazione.
Questa soluzione lascia scontenti tutti: ci si lamenta ma nessuno fa niente per cambiare le cose perchè nessuno intravede altre possibilità.
Anche se ciascuno di loro è ormai consapevole che lasciar ancora solcare i mari a quella nave comporta gravi rischi per le persone e per i carichi a bordo.
Passano ancora alcuni anni e le condizioni della nave continuano a peggiorare, ma la storia che si ripete è sempre la stessa: l'armatore minaccia di chiudere, ed ogni volta le pressioni popolari e politiche lo convincono a tenerla ancora in mare.
Finchè, un brutto giorno, la nave affonda insieme ai 50 marinai che ancora facevano parte della sua flotta.
I politici, in loro onore, dichiarano un giorno di lutto cittadino.
E qualche giorno dopo, sono davvero in tanti a partecipare ai funerali di quelle povere "vittime del mare": molti di più di quelli che la chiesa può contenere.
Proprio durante la funzione religiosa, un vecchio saggio si trova ad attraversare il piazzale della chiesa, gremito di gente; incuriosito dalla presenza di tutta quella folla, il vecchio chiede informazioni a uno dei presenti.
Questi, commosso, gli racconta ciò che è successo e, incalzato dalle domande del vecchio, gli narra delle vicissitudini di quei marinai, costretti a difendere il loro lavoro con le unghie e con i denti.... fino alla loro triste fine.
"E' stato come un incubo!" conclude infine, fiero della sua tragica esposizione dei fatti.
"Condivido", considera il vecchio saggio, "infatti, avrebbero dovuto svegliarsi prima!".
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11.01.2013 - 09:40:58
 Giovanna decide di invitare a cena sua zia. Quando la chiama, le propone la tagliatelle con i porcini.
A sua zia Franca, in realtà, la pasta all'uovo non piace un gran che ma, "per educazione", accetta l'invito senza discutere e con entusiasmo: per una volta...
La sera della cena, però, c'è un'ulteriore sorpresa: Franca scopre che nella pasta con i funghi, fra i condimenti, c'è anche il burro. E il burro, lei, lo detesta!
Per gratificare sua nipote, però, mangia il suo piatto di pasta, dicendo che è tutto molto buono; d'altronde, per il resto, la serata passa piacevolmente per entrambe.
Dopo alcuni giorni, Giovanna (che è molto affezionata alla zia) invita ancora Franca a cena.
E dato che Franca ha fatto capire di apprezzare molto le tagliatelle con i funghi, sua nipote decide di riproporgliele, anche se con un minimo di spirito di sacrificio: sono gli ultimi funghi della raccolta di stagione e vanno centellinati.
Ma, questa volta, Giovanna non anticipa a sua zia quale sarà il menù: dato che i funghi le piacciono tanto, vuole farle una gradita sorpresa.
E, infatti, Franca rimane proprio sorpresa! Due volte di seguito le stesse odiose tagliatelle all'uovo condite col burro, proprio no, non se le aspettava!
Così, colta di sprovvista, si lascia sfuggire un proverbiale: "Si, amo molto i porcini, ma non la pasta all'uovo e il burro, li trovo abbastanza disgustosi, peggio che mai se accoppiati insieme nella stessa ricetta!"
A questo punto, la sorpresa c'è anche per Giovanna, la quale, fra il dispiaciuto e l'infastidito, non riesce a nascondere il suo disappunto...
Lo scambio di commenti fra zia e nipote prosegue: il resto della cena viene monopolizzato dal bisogno, da parte di entrambe, di difendere la propria posizione.
"Ma come?!? Ho preparato di nuovo i funghi apposta per te perchè mi avevi detto che ti piacevano!!! A saperlo, avrei cucinato qualcos'altro, fra l'altro mi avrebbe anche fatto più piacere! Ma perchè non mi hai detto che quel piatto lo detesti?"
"Non ti volevo mettere in difficoltà... e poi non ti ho detto che ne ero entusiasta...dì piuttosto che piace molto a te."
"Certo, a me piace, ma posso mangiare le tagliatelle anche in altre occasioni. La prossima volta, piuttosto, cerca di parlare chiaramente. Non mi fai, di certo, un favore a stare zitta facendo finta che vada tutto bene; sappi che io sono molto più contenta se posso prepararti qualcosa che apprezzi per davvero, non se finisco le mie riserve di porcini senza neanche averti reso felice a tavola!"
Zia e nipote si vogliono bene e la discussione, per fortuna, finisce presto a tarallucci e vino; anzi, diventa l'esilarante gag con cui ravvivare compagnia e serata.
E da cui, volendo, si può anche imparare un'importante lezione sull'assertività: dire cosa realmente desideriamo ci aiuta ad ottenere quello che davvero vogliamo; con l'intento (pur se positivo) di non disturbare, invece, spesso si corre il rischio di causare più disturbo, a sè stessi e agli altri.
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29.10.2012 - 06:57:58
A quali logiche risponde la vendita nella grande distribuzione?
A valutare la mia esperienza di ieri sera in uno di questi negozi, più a quella dei "migliori" uffici statali ad alto tasso di burocrazia che a quello di un'azienda che ha il profitto e la soddisfazione del cliente come suo core business.
In breve: in una domenica improvvisamente più che autunnale, sfido il freddo e la pioggia per andare alla ricerca di un orologio da parete senza pretese che possa sostituire (proprio nel giorno in cui l'ora solare ci "regala" qualche attimo in più di tempo) quello deceduto qualche giorno prima, dopo anni di onorata attività.
Con fare deciso mi dirigo in uno dei maggiori punti vendita di oggettistica per la casa della città, noto anche per la sua economicità; ed in effetti, tempo pochi minuti, individuo ad un prezzo onesto l'orologio a cui sarei ben contenta di dare il benvenuto nella mia casa: è lì, semplice e funzionale (con anche i numeri in bella vista, che bello!), appeso in parete insieme a tanti altri di fogge e colori diversi.
Ok, ho deciso, lo compro: non lo trovo però in confezione in scaffale; chiamo allora l'addetto per verificare se ce l'ha disponibile in magazzino; tutt'al più, penso io, farò poco la choosy (è così di moda, d'altronde!) e prenderò quello esposto.
Ma, tempo qualche minuto, mi rendo conto di aver fatto i conti senza le rigide regole commerciali del grande brand: ferree e decisamente poco elastiche, vietano in modo tassativo al commesso di vendermi l'orologio da me scelto perchè obbligato a tenerlo in esposizione, pur non avendone scorte disponibili per la vendita prima di un paio di settimane (data presunta in cui avverrà un nuovo rifornimento di quell'articolo in magazzino).
Mentre sto per apprestarmi, questo pomeriggio, a cercare il mio orologio da qualche negoziante più volenteroso ed elastico nella vendita, mi chiedo:
- Qual è il senso di tenere un articolo esposto se, poi, il cliente non può acquistarlo?
- Quale idea vi fate di un'azienda che vi fa desiderare qualcosa e poi fa di tutto per non aiutarvi a realizzare il vostro acquisto?
- Avreste la pazienza di aspettare e la voglia di ritornare a comprare quell'orologio dopo settimane?
- Ma il commercio è, davvero, in crisi (se si permette di farsi scappare una vendita certa per quisquilie organizzative)?
Essere semplici, a volte, è una cosa così complessa...
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19.07.2012 - 03:35:45
Può un pipistrello che irrompe in casa improvviso avere qualcosa di straordinario da insegnare?
Grazie a mio marito, a me ieri sera, si.
Una calda sera d'estate: finestre aperte in casa ad accogliere il fresco della notte. Ma anche ad intercettare e intrappolare fra le mura di una stanza il volo notturno di un pipistrello.
In casa, oltre a me, mio marito e la nostra piccola.
Come avrei affrontato io da sola la visita fuori programma di questo nero (e per me un po' repellente) mammifero volante?
Agitarmi, gridare prima, correre, poi, in preda allo scompiglio fuori dalla stanza sarebbe stato il mio modo istintivo di "affrontare" il "problema".
Perdendo, così, il controllo di me stessa e della situazione.
Le emozioni scatenate dalla sgradita presenza del piccolo animale notturno avrebbero, cioè, finito per intrappolarmi: paura, impotenza, rabbia mi avrebbero, di fatto, impedito di mantenere lucidità e di dare un buon esempio utile a tranquillizzare anche mia figlia.
Con mio marito questo non è successo.
Niente scope, bastoni o brandelli di tela per tentare di cacciarlo via; niente urla, sforzi e via vai per gestire il possibile spavento mio e della bambina.
Semplicemente, poche indicazioni rapide da parte sua e, in una manciata di secondi, porta della stanza chiusa, luci spente e invito ad osservare l'evolversi della situazione sbirciando fra le losanghe a vetri della porta.
E nell'attesa, lì in corridoio, scopriamo il perchè di questa scelta: col buio - senza riflettori e attenzioni puntate addosso - aiutiamo il piccolo volatile (scopriamo, più spaventato di noi per essere finito fuori rotta rispetto al suo habitat!) a trovare più facilemte e velocemente l'apertura per volar via.
Questo, in effetti, è ciò che è accaduto: per prima, è stata proprio nostra figlia a rendersi conto che il pipistrellino aveva preso il volo, finalmente libero.
Cosa ha di straordinario tutto ciò?
L'approccio calmo, presente e distaccato di mio marito: lo stesso che sarebbe necessario adottare nei confronti dei pensieri ed emozioni che invadono la nostra mente.
Lo stesso proposto, ormai da millenni, da grandi saggi, tradizioni iniziatiche, scuole di crescita personale e spirituale.
Una strategia che consta di pochi, essenziali passaggi:
- Prendere consapevolezza di ciò che sta avvenendo: l'arrivo del pipistrello, ovvero di ogni nuovo pensiero od emozione
- Distaccarsi e permettere: la porta che funge da elemento distanziatore ma che gli lascia spazio, il buio che aiuta a distogliere l'attenzione; ovvero, prendere le distanze e non fare nulla, senza voler costringere emozioni o pensieri a spostarsi o a essere diversi da ciò che sono in quel momento
- Osservare e godersi lo spettacolo: il nostro sguardo sereno e curioso dietro al vetro, ovvero trasformarsi da attori in spettatori dello show che la mente sta proiettando, senza crederci e prenderla troppo sul serio
Comprendere e applicare ogni giorno queste semplici strategie può davvero fare la differenza se si vuole percorrere il sentiero della felicità.
Osho, mistico e guru spirituale indiano, sosteneva che disidentificarsi dalla mente è una delle più grandi benedizioni che possano capitare nella vita di una persona.
Quella stessa vita che, col suo costante insegnamento, può offrirti l'opportunità di apprendere qualcosa di infinitamente grande grazie alla visita non annunciata di un piccolo pipistrello in casa!
:-)
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25.06.2012 - 22:00:00
"Seguici su Facebook" (e, magari, su Pinterest, Twitter, ecc..): il nuovo diktat con cui, ogni giorno, buona parte delle aziende commerciali - dai grandi brand alle microscopiche imprese locali - ci invita a dedicar loro la nostra attenzione sui canali social.
Avere una fan page, infatti, è diventato per molti il nuovo must, guai a non esserci!
Ho sempre nutrito forti perplessità, però, sul significato che danno molte aziende a questa loro presenza.
In molti casi, l'unica velleità è quella di esserci e di poter far vanto - anche a costo di comprarli! - di un elevato numero di fan; questo senza preoccuparsi di verificare, più di che cosa abbiamo noi da dire, cosa vogliono sentire e dire gli utenti.
Perplessità che ho trovato confermate, pochissimi giorni or sono, leggendo proprio su Facebook l'articolo "7 ragioni per cui Facebook, Twitter, Pinterest (e gli altri) non funzionano per il tuo brand".
Il caso ha voluto poi che, sempre in questi giorni, ho potuto sperimentare in prima persona i rischi di questo modo autoreferenziale e davvero poco social di esserci: rischio che nel mio caso concreto si è tradotto, per l'azienda in questione, nel perdere il guadagno immediato derivante dalla spesa in pizzeria di una quarantina di persone e, soprattutto, in un potenziale, pericoloso passaparola negativo.
Il caso in questione è molto semplice: insieme a tutti gli altri genitori, decidiamo di organizzare una serata in pizzeria per festeggiare la chiusura dell'anno scolastico dei nostri bimbetti.
Si pone una scelta: ritornare in Via Milano 26, locale dove ci siam trovati bene l'anno prima o cercarne un altro, sempre con spazio all'aperto, per far scorrazzare le piccole pesti in libertà, fra un trancio di pizza e l'altro?
Qualcuno propone il nome anche di un'altra pizzeria che potrebbe fare al caso nostro: potremmo, in questo caso, beneficiare di un'interessante promozione per i gruppi valida per tutto giugno.
Peccato, però, che noi potremmo andarci non prima del 1 luglio: e se, facendo un'eccezione, i titolari volessero estendere la promozione anche a qualche giorno più in là?
Non ci resta che chiederglielo!
Bene, visto che Facebook è riconosciuto come l'ambiente di conversazione privilegiato fra aziende e fan, e considerato che sono, per l'appunto, già fan di questa seconda pizzeria, decido che la cosa migliore sia far lor una richiesta scrivendo, giovedì 21 giugno, questo messaggio:
"Salve, ho visto la locandina con la vostra offerta pizza a 4 euro per giugno: potreste applicare la stessa promozione per domenica 1 luglio?
Siamo un gruppo di genitori e bambini di una scuola materna e questa informazione ci sarebbe utile per valutare meglio in quale locale fare la nostra pizzata di fine anno.
Grazie."
Oggi siamo alla mattina di martedì 26 e - in cinque giorni - non ho ricevuto (nè penso, ormai di ricevere) alcuna risposta alla mia domanda.
La pizzeria in questione, nel frattempo, continua a pubblicare i post con le sue offerte e questo mi porta a chiedermi: cosa intende per "social" chi gestisce la pagina? Ha idea delle possibili ripercussioni sulla loro immagine di tanti piccoli episodi come questo appena descritto?
Capisce che avere a che fare con un cliente significa prestargli attenzione, indipendentemente dal fatto che puoi esaudire o meno la sua richiesta?
Spero che i titolari/amministratori della fan page riescano a darsi in tempi rapidi una risposta: ne va del loro buon nome, del loro business e della qualità di relazione con le persone.
Nel mentre, la nostra scolaresca, fedele al motto "Per quest'anno non cambiare, stesso locale, stessa pizza", si ritroverà sempre in Via Milano 26 per far festa in allegria.
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10.06.2012 - 22:00:00
Lo scorso venerdì 8 giugno, il Lions Club International ha organizzato a Cagliari il suo consueto convegno annuale, dal titolo: "Lavoro: il coraggio di cambiare".
Al convegno erano presenti, oltre ai soci del Lions Club, anche diversi rappresentanti di aziende e di altre istituzioni pubbliche e private.
In qualità di presidente della delegazione sarda dell'Associazione Italiana Formatori, sono stato invitato a svolgere uno degli interventi programmati, del quale pubblico l'abstract.
Ringrazio il Lions Club e il dottor Guido Cogotti, l'organizzatore del convegno, per l'ospitalità e per l'ottima riuscita dell'evento.
Durante questo incontro, ho sentito spesso la parola "crisi", della quale vorrei ricordare l'etimologia: "Momento di transizione da una situazione ad un’altra" (si spera, migliore della prima).
In questo momento di transizione, quindi , diventa importante imparare, e imparare in fretta.
Ma cosa significa oggi imparare?
Imparare oggi significa fondamentalmente tre cose: conoscere, inventare il futuro e realizzare il futuro.
Conoscere
E' diverso dal sapere, è meno intellettuale e più operativo, meno statico; per conoscere bisogna osservare, ma anche toccare, assaporare, annusare, ascoltare, … e solo dopo fare sintesi.
Ci sono persone che possono insegnarci il sapere (ciò che già è) ma pochi, forse nessuno può insegnarci a conoscere ciò che è in divenire e che cambia continuamente.
Per conoscere qualcosa che è in evoluzione servono il confronto (e quindi l’apertura) e la condivisione; servono persone che sappiano confrontarsi da pari a pari, non servono luminari e non servono guru.
Servono meno lezioni e più voglia di mettersi in gioco.
Serve avere il coraggio di cambiare le carte in tavola, mettendo in discussione e sfidando i paradigmi attuali e il significato stesso delle parole.
Ad esempio, per anni siamo stati abituati a misurare il successo e la prosperità dei nostri territori con la crescita economica: ma cosa succede se allarghiamo il significato della parola prosperità per comprendere altri ulteriori significati? E quali significati dovremmo comprendere? Mantenimento, conservazione e incremento delle risorse naturali? Benessere personale e organizzativo? Ricchezza delle relazioni? Solidarietà? Felicità? …
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Inventare il futuro
Nelle organizzazioni di ieri e nella vita di ieri, il futuro veniva previsto e sulla base delle previsioni ci adattavamo.
Era una sicurezza, ma anche una barriera cognitiva. Adesso siamo più consapevoli che ciò che siamo oggi dipende dalle nostre scelte di ieri e che il nostro domani dipende dalle nostre scelte di oggi.
Per inventare il domani, ci serve decidere cosa è davvero importante, cosa è superfluo e cosa è dannoso.
Ci serve anche stabilire (qui ci vuole ancora più coraggio), decidere, cioè negoziare insieme verso quale futuro desiderabile procedere, quali valori difendere e quali sono le scelte da fare per arrivare a questo futuro.
Realizzare il futuro
Ormai è dimostrato anche dalle neuroscienze che sapere dove vogliamo arrivare ci facilita enormemente nel percorso. Ma, in generale, per realizzare il futuro occorrono competenze.
Alcune di queste competenze esistono, ma altre le dovremo inventare o riscoprire.
Il baratto, ad esempio, è una competenza nuova o è un istinto che abbiamo lasciato nel cassetto e che dovremmo recuperare? Per realizzare il futuro, occorre capire quali competenze ci servono e, tra queste, quali serve inventare, quali mettere nel cassetto e quali ritrovare con piacere, magari per trasformarle (ad esempio, come si fa a vivere l’affettività con persone con le quali ci si incontra solo in rete? Come si fa a vivere l’esperienza del baratto dando un valore economico alle cose, approccio in apparenza lontano dall’idea del baratto?).
Per realizzare il futuro occorrono i protagonisti del futuro, che però riescono a vivere solo il tempo presente (internet, videogiochi, tv….).
Quale competenza serve per dare speranza nel futuro a chi il futuro non lo vede?
Probabilmente, la logica da ribaltare è quella che vede la saggezza negli anziani o negli adulti: possiamo essere saggi e avere costruito un mondo come questo?!
Forse, servirebbe chiedere anche ai giovani e, addirittura, ai bambini quale mondo vorrebbero in futuro, dato che glielo dobbiamo consegnare…
Per fare questo, ci vuole il coraggio di pensare in modo ecologico, rispettare sé stessi (chi siamo e chi vogliamo essere), il proprio ambiente sociale (quali valori, emozioni, azioni porto nella mia famiglia, nel mio ambiente di lavoro, nel mio gruppo di amici, …) e il proprio territorio (ambiente, economia, …).
I formatori e, in particolare, i formatori sardi negli ultimi anni hanno sicuramente migliorato le loro competenze, mettendole al passo con gli standard più alti e, quindi, hanno la voglia e anche la capacità di aiutare chi, tra le imprese e le istituzioni, decide di raccogliere questa meravigliosa (anche se faticosa) sfida verso il miglioramento.
Massimo Fancellu
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05.06.2012 - 13:24:11
L'attuale crisi ha portato il governo ad aumentare la pressione fiscale nei confronti dei cittadini e, contemporaneamente, sta spingendo verso una razionalizzazione dei processi organizzativi all'interno delle pubbliche amministrazioni.
Probabilmente, c'è ancora molto da fare...
Per esempio, la scorsa settimana mi è stata recapitata una lettera del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Direzione generale per la Motorizzazione) che mi informa della decurtazione di cinque punti dalla patente.
Cosa c'è di strano?
Detto così, niente.
Solo che la lettera è datata 01/05/2012 e la perdita dei punti risale al marzo del 2009.
Ma posso stare tranquillo: tra il 2003 e il 2007 ho accumulato ben 4 punti di bonus per "buona condotta"...
Niente male per un'amministrazione che deve ridurre le sue spese... Quali?
- tempo uomo per predisporre la lettera
- usura macchine (stampante, imbustatrice, ...)
- inchiostro e carta per la lettera
- trasporto e, in generale, servizio postale
Una lettera costa sicuramente pochi centesimi di euro, ma quante ne sono state spedite?
E anche se la finalità fosse garantirmi la possibilità di fare ricorso (inutile perchè i dati sono corretti) perchè aspettare a quando posso aver perso le informazioni e/o i documenti necessari? E perchè non la posta elettronica?
La sensazione che un utente può ricavarne è, come si dice a Roma, quella di avere a che fare con un'amministrazione che passa il tempo a "pettinare le bambole".
Prometto: mi impegno sempre di più a rispettare il codice della strada.
Ma, vi prego, impegnatevi a lavorare meglio e con tempi più rapidi!!! 

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10.05.2012 - 06:04:58
Parlando con un cliente, siamo arrivati a discutere di motivazione.
Abbiamo anche citato alcuni discorsi motivazionali presi in prestito dal cinema, come ad esempio il mitico discorso negli spogliatoi fatto da Al Pacino nel film "Ogni maledetta domenica": un classico.
Quando guardi questi video, ti viene da chiederti: "Perchè a lui vengono sempre bene mentre se li faccio io...".
Già, perchè?
A volte, in aula me lo chiedono.
Allora tento di glissare... in fondo non è così importante: quello che conta, per me sono la strategia e lo stile, cose che tutti possiamo utilizzare, adattandoli alla nostra personalità. E alla situazione.
Ma perchè? E quando i miei corsisti insistono, un po' rosico... "Chi è questo Al Pacino e cos'ha più di me?!?".
Parlando "seriamente", cosa possiamo imparare?
- I discorsi li prepara prima o, addirittura, glieli preparano...
- Sono costruiti ad arte
- Sono ben recitati (postura, mimica, tono, pause,...)
- Il suo copione è vincente
E su questo, ci possiamo sicuramente lavorare (e giocare)...
Ma c'è una cosa che non sappiamo e che può tirarci su e aiutarci a coccolare il nostro ego:
Il discorso negli spogliatoi, quante volte lo ha provato, prima che venisse così?
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07.05.2012 - 07:17:51
A forza di sentire lamentele, spesso sterili, oggi voglio sfogarmi anch'io!!!
Perchè?!? Ancora una volta mi sono imbattuto in un corso in cul la formazione la dovrebbero fare gli altri. E cioè:
- il personale front office mi dice che sono i capi (funzionari e dirigenti) a doversi formare...
- i funzionari mi dicono che si dovrebbero formare i loro collaboratori (front e back office) e i dirigenti
- i dirigenti vogliono che la formazione la facciano i dipendenti (tutti!)
- i politici... ma dove sono i politici?
Probabilmente, se stai leggendo questo articolo, pensi che mi lamento per quello che mi dicono.
Ma non è così...
Mi lamento perchè hanno tutti ragione!!!
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18.03.2012 - 22:00:00
Anche il tempo in fila presso la sala d'attesa di un ufficio assicurativo può, a volte, trasformarsi in occasione per interessanti scoperte e riflessioni.
Soprattutto se, come nel mio caso, sostenuti da comode poltroncine che bendispongono al piacere del relax e della lettura.
Per le mani, l'ultimo numero di una rivista destinata al lettore "cittadino" e "viaggiatore".
Diversi gli articoli interessanti, fra itinerari turistici, mestieri, narrativa, cinema e arte.
Fra questi, uno dedicato a svelare dettagli di vita e lavoro del periodo milanese del grande Leonardo da Vinci.
Scopro così - fra le righe che descrivono la tecnica pittorica utilizzata nel capolavoro dell'Ultima Cena - che il grande Maestro lavorava con molta lentezza, alternando giornate in cui "dal nascente sole fino all'imbrunita sera" non si levava mai il pennello di mano ad altre in cui, senza dipingere, si fermava persino per delle ore "e solamente contemplava, considerava, ed esaminando fra sè le sue figure, giudicava".
Apprendo inoltre che, ogni qualvolta voleva dipingere qualche figura, "considerava prima la sua qualità e la sua natura e...poi se ne andava ove egli sapeva che si radunassero persone di tal qualità, e osservava diligentemente i loro visi, le loro maniere, gli abiti e i movimenti del corpo...".
Quando, poi, trovava i personaggi giusti faceva molti schizzi sul taccuino.
Ben lontana dal voler azzardare paragoni arditi fra il mio lavoro di scrittura e l'opera del grande genio, non posso, comunque, fare a meno di notare alcuni elementi simili nel modo di avvicinarsi al lavoro creativo.
La lentezza, innanzitutto: nella mia esperienza, un buon lavoro di writing non può essere vittima di fretta e approssimazione.
Curare i testi per una qualsiasi comunicazione aziendale che aspiri ad essere efficace e professionale significa, infatti, saper soppesare, valutare, limare, scartare il superfluo per arrivare a scolpire e modellare il susseguirsi di frasi e parole.
Significa, anche, sapersi distaccare dalla prima stesura del testo: far decantare e ritornare a leggere, correggere o, a volte, anche stravolgere la bozza ore o giorni dopo, con la capacità di guardare al proprio lavoro da una prospettiva diversa da quella dell'autore.
E' questa paziente attività di revisione - spesso trascurata da chi non scrive in maniera professionale- che dà valore aggiunto al testo e al messaggio che vuole trasmettere.
Un'attività che permette di eliminare errori di grammatica e sintassi, refusi di battitura, espressioni poco fluide, ridondanze lessicali, inesattezze, ripetizioni pensando a convincere e fare buona impressione su chi deve leggere.
Perchè è proprio questo il compito principale del re-writing: controllare l'efficacia del testo in tutta la sua struttura.
L'attenzione, inoltre, con cui Leonardo, prima di dipingere, osservava le figure che avrebbe poi dovuto rappresentare sulla tela dicono molto sull'importanza di sapersi immedesimare nell'altro, nei suoi pensieri, emozioni, situazione.
Un'attenzione simile a quella che deve coltivare anche un buon business writer: scrivere pensando al destinatario, sapendo prevedere commenti, dubbi, domande, preoccupazioni, desideri del lettore.
Compenetrarsi nell'interlocutore - e affidare a lui il ruolo di protagonista - sono requisiti essenziali per la comunicazione: per questo nel mestiere dello scrittore è così utile imparare a respirare con il lettore, provare i suoi sentimenti ed emozioni, diventare una cosa sola con lui.
Scrittore e lettore diventano, perciò, una sola realtà non più contrapposta, ed è proprio questo sapersi mettere nei panni dell'altro che, davvero, può fare la differenza per rendere efficace e centrare l'obiettivo della scrittura.
Come vedete, dai grandi maestri c'è sempre molto da imparare...
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24.02.2012 - 14:02:29
Ho osservato per giorni - in questo freddo febbraio - l'alberello di mandorlo, coi suoi rami protesi sul marciapiedi, vicino casa.
E' proprio in questo periodo che, ad ogni mio passaggio, mi riserva lo stupore maggiore: anno dopo anno, le sue gemme e il loro sbocciare sono, per me, il primo gentile preludio di primavera in città.
Quest'anno, in particolare, il rigido inverno mi ha permesso di assaporare in maniera ancora più lenta e sorprendente la sua fioritura.
Ad iniziare dal dischiudersi dei primissimi boccioli fra il soffice candore della neve (una veste inusuale per Sassari), al procedere sempre più incalzante della fioritura in queste ultime giornate più soleggiate.
La mia mente viaggia spesso per associazioni: anche questo semplice e delicato spettacolo della natura mi ha portato a riflettere.
Cosa ha permesso a quei primi, timidi boccioli di iniziare a fiorire - pur in condizioni climatiche meno favorevoli - mentre, sui rami attorno, gli altri rimandavano il loro sbocciare?
Non so dare una risposta unica e certa a questa domanda: più esposti al sole degli altri? più ricchi di linfa vitale? più "fortunati"...?
Ciò di cui, però, sono persuasa è che da questo "miracolo" possiamo trarre almeno due utili insegnamenti sul modo di gestire la nostra vita e le relazioni con gli altri:
- Rispettiamo i nostri tempi e quelli degli altri: quante volte ci capita di fare paragoni con le altre persone?
Da mamma, ad esempio, noto spesso altri genitori dire al proprio figlio "Vedi, lui lo sa fare e tu no!" oppure crucciarsi perchè, magari, "Giovanni alla sua età sapeva già parlare, camminare, mangiare da solo..., mentre mia figlia sa a malapena stare in piedi e dire pappa!".
Oppure, considerare noi stessi una frana solo perchè non siamo veloci come il nostro collega nel fare qualcosa.
Senza tener conto, invece, del fatto che siamo molto più abili di lui nel portare avanti altri tipi di attività.
Mantenere questo approccio è demotivante: non aiuta la nostra autostima, stronca la fiducia in noi stessi e sminuisce le nostre capacità.
- Prendiamo esempio da chi ha già fatto bene prima di noi: un atteggiamento responsabile di chi non eccede nè nel vittimismo, nè nell'arroganza.
E' ciò che, ad esempio, sostiene la Pnl (Programmazione neurolinguistica): ricalcare modelli di eccellenza - capire come ha fatto e come ha ragionato chi ha avuto successo - è un buon metodo per migliorare noi stessi.
Personalmente, poi, sono convinta che chi rappresenta un buon esempio diventi stimolo, sprone, energia anche per gli altri: dalle piante alle persone, abbiamo tutti una naturale propensione a fiorire ed esprimerci al massimo. Il guaio è che, a volte, ce ne dimentichiamo: chi ci ricorda la giusta direzione, perciò, non può che portare benefici a noi stessi!
Osservare la saggia evoluzione della natura ha bisbigliato qualche riflessione anche a voi?
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21.02.2012 - 22:00:00
Un po' di sere fa ho assistito ad uno spettacolo di danza - Italia, la mia Africa - proposto dalla Compagnia di Mvula Sungani.
Uno spettacolo autobiografico che, attraverso la storia di Elisa, una ragazza italiana di origine africana, ha messo in scena in maniera coinvolgente il tema dell'integrazione fra diverse etnie, mediante storie di immigrati ed emigranti.
Più che un semplice balletto, però, "Italia, la mia Africa" è stato uno spettacolo artistico in senso più ampio: sul palcoscenico, infatti, oltre ai ballerini si sono alternati musicisti e narratori, immagini e filmati.
Danza, musica e parole combinati insieme, cioè, nella forma di uno "spettacolo totale" capace di superare le barriere delle singole discipline per sublimarsi nell'unico linguaggio possibile: quello dell'arte.
E' questa sensibilità artistica globale di Sungani che, più di tutto, ha attirato il mio interesse: presentare e vivere l'arte, cioè, come esperienza estetica in cui tutti i nostri sensi sono presenti al massimo.
Fare un parallelismo fra l'esperienza di questo spettacolo e le percezioni create da un sito web è stato breve: viaggiare dentro le pagine web non può forse trasformarsi in un'esperienza sensoriale gratificante e coinvolgente?
Anche creare un sito, d'altronde, richiede l'uso di più linguaggi assieme: testi, immagini, filmati, contributi sonori sono gli strumenti attraverso cui il sito cerca di interessare e comunicare, sollecitando i nostri sensi.
Quanto ci riesce? Ancora poco, viste le percentuali elevate di abbandono e i tempi di visita limitati.
Iniziare a pensare e progettare il lavoro su un sito come ad una piccola "opera d'arte multisensoriale" in cui diventa semplice e piacevole abbandonarsi alla navigazione può davvero fare la differenza.
Ma questo accadrà mano a mano che il sito web sarà inteso come un progetto globale in cui esperti in comunicazione, grafica e informatica sapranno dialogare bene insieme per creare un'esperienza univoca e condivisa di navigazione.
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15.02.2012 - 21:48:13

Giovedì di euforia,
di baldoria e allegria
giorno grasso e opulento
e dal cuor sempre contento
Generoso di risate
e battute scanzonate
di coriandoli e frittelle
arlecchini e pulcinelle
Sempre amico del piacere
e di chi ama godere
ogni istante spensierato
della vita a perdifiato!
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26.01.2012 - 07:33:43

In fatto di business & web writing, si potrebbe pensare che il compito più impegnativo sia quello commerciale: convincere, cioè, il potenziale cliente sui vantaggi che porta curare per benino la comunicazione scritta della propria attività.
Uno scoglio arduo ma non impossibile, specie se rafforzi la proposta del servizio con dei buoni esempi concreti.
Se il cliente inizia a vederne la convenienza – in termini di immagine, di ritorni economici, di risparmio di tempo – diventa facile conquistarsi la sua fiducia e collaborare.
Ciò che, invece, diventa a volte più difficile è abbattere resistenze e paure quando arriva il momento di condividere con lui la bozza del lavoro.
Perché se è vero che ha intuito le potenzialità di una scrittura “di qualità” (attenta al destinatario e al modo in cui vuole promuoversi) veder applicati questi principi alla comunicazione della propria azienda può anche suscitare un certo disagio e timore.
Mi son fatta l’idea che questo accade a causa di un certo attaccamento alle abitudini e consuetudini, anche in campo promozionale.
Distinguersi uscendo dal sentiero già conosciuto – per quanto noioso e omologato – non è sempre facile.
Farlo significa, infatti, superare la paura del giudizio, del nuovo, dell’inusuale ; a volte, anche l’imbarazzo di "vestire nuovi panni" e rispecchiarsi in contenuti che valorizzano in modo chiaro i punti di forza della propria impresa.
Ecco allora spuntare i tentennamenti e il bisogno di appigliarsi al “déjà vu” perché ritenuto più sicuro.
A far "paura", ad esempio, può essere un "naming" più su misura e caratterizzante proposto per le sezioni della site map (che si discosta dal classico "Chi siamo", "L'azienda", "Prodotti e servizi", "Dove siamo"); in più di un caso, le resistenze nascono di fronte alla pagina di presentazione dell'impresa (la sua storia, i suoi successi, le persone che ci lavorano); oppure, c'è una certa pudicizia a far sapere i processi virtuosi della propria attività.
Come mi comporto in questi casi?
Dedico del tempo a spiegare, rassicurare, fare domande: attraverso esempi che funzionano o col ragionamento logico; spesso, chiedendo al mio committente di immaginare cosa può far piacere e si aspetta di leggere il suo cliente.
Il risultato? il più delle volte queste argomentazioni vanno in porto e il cliente inizia subito a fidarsi e credere nel progetto; a volte, è il tempo che lavora per me, dopo che il cliente ha sedimentato e fatto propri i nuovi concetti.
E quando, invece, dubbi e timori sono troppo forti? Faccio almeno un passo indietro, rispettando il suo sentire: in questi casi, un sano compromesso fra esigenze di comunicazione e sensibilità delle persone è più funzionale rispetto a perseguire obiettivi non adeguati alle sue aspettative in quel momento.
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19.12.2011 - 13:02:40
Nel mio precedente post ho spiegato come storie, fiabe e racconti - se ben costruiti - sono metafore che possono aiutare i nostri figli ad affrontare momenti di difficoltà.
Ma come fare a costruire una fiaba da raccontare ai nostri figli? Quali sono gli elementi fondamentali di un racconto metaforico?
Questi sono i passaggi chiave per costruire una buona metafora:
- Chiarire quale messaggio vogliamo trasmettere ai nostri figli e quali obiettivi ci poniamo. Per esempio, "vogliamo che nostro figlio capisca che può capitare di sbagliare": in questo caso, il nostro obiettivo potrebbe essere quello di rafforzare la sua autostima, aiutandolo a rendersi conto che, anche se lo sgridiamo, gli vogliamo sempre bene e invitandolo, semplicemente, a diventare più attento.
- Trovare un'analogia con la situazione in cui si trova nostro figlio e con le finalità che ci siamo prefissi. A questo scopo, serve identificare la struttura, il filo conduttore della storia e il contesto nel quale ambientare il nostro racconto. Nostro figlio, ad esempio, diventa un orsetto che fa molti pasticci e prende molte sgridate da mamma e papà orso.
- Identificare le idee e le esperienze cognitive: ad esempio, i genitori spiegano al suo orsetto che è meglio stare attenti, per giocare sicuri senza correre pericoli; emotive (ad esempio, qualche volta ai genitori può capitare di arrabbiarsi); affettive (ad esempio, mamma e papà orso vogliono bene al loro cucciolo).
- Riconoscere le convinzioni positive da trasmettere: ad esempio, l'orsetto si rende conto che fino a ieri non sapeva fare tante cose che oggi sa fare bene, che è stato bravo a fare tesoro dei suoi errori.
- Indviduare, infine, le strategie da applicare in futuro (in questo esempio, il piccolo orsetto capisce che deve solo fare un piccolo sforzo: pensare cioè, prima di fare le cose, a quali potrebbero essere le conseguenze).
Questi sono gli ingredienti fondamentali da utilizzare per creare una favola capace di generare cambiamenti positivi: conditela con un po' di creatività per arricchire di particolari le storie, dolcezza nella voce e tanta voglia di divertirci aiutando i nostri figli a crescere.
Volete provarci? Mi racconterete...
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22.11.2011 - 11:02:51
Sappiamo tutti che le favole sono, da sempre, un fantastico strumento per incantare i bambini piccoli e...grandi.
Quello che non tutti sanno è che attraverso le favole il nostro inconscio può imparare come farci affrontare ostacoli e difficoltà, generando in noi cambiamenti.
Purchè le storie che raccontiamo siano costruite ad arte.
Lo sapeva bene Walt Disney, che ha modificato diverse fiabe tradizionali perché troppo cruente o perché senza lieto fine (e anche, naturalmente per esigenze sceniche): attraverso i suoi cartoni, Disney diffonde, infatti, l’idea di impegnarsi per realizzare i propri sogni.
Questo lo sanno anche tanti altri autori di fiabe (mia figlia, ad esempio, si fa “accompagnare” volentieri da “Topo Tip” di Marco Campanella) che scrivono storie mirate per aiutare i nostri bambini ad imparare valori e strategie fondamentali della vita, come il coraggio, la solidarietà, la capacità di ascoltare, la fiducia, il credere in se stessi...
Qualche volta, è capitato anche a me di inventare una storia per aiutare mia figlia a superare momenti di impasse.
Una notte, in particolare, mia figlia ha sognato “i mostri”. Ovviamente, mi ha chiesto, urlando, di correre in suo aiuto. E, subito dopo, di essere ospitata nel lettone. Potevo fare diverse cose, la più semplice delle quali era portarla nel lettone…
Ma le avrei dimostrato che per superare le sue paure ha bisogno di mamma e papà.
Allora, innanzitutto, le ho detto: "Ormai sei grande e sai bene che i sogni non sono la realtà, e che i mostri non esistono. Quindi puoi chiudere gli occhi e riprendere a dormire: babbo e mamma sono vicino a te, nell'altra stanza".
Nonostante le mie parole e la mia calma serafica, però, mia figlia insisteva ed era visibilmente impaurita: aveva bisogno di imparare velocemente almeno una strategia per affrontare la paura.
A questo punto, non so come ho fatto ad improvvisare alle due di notte, ma le ho raccontato questa storia:
C'era una volta un bambino, simpatico, vispo e un po' birichino.
Questo bambino era molto curioso e, col suo babbo e la sua mamma, si divertiva un mondo a scoprire le cose belle della vita, e aveva già imparato tantissime cose.
Una notte, il suo babbo lo sentì urlare: corse nella stanza da letto del figlio e lo trovò spaventatissimo.
"Cos'è successo?" gli chiese. "Ho sognato un mostro!" rispose il bimbo, "Un mostro bruttissimo. Il più brutto mostro che si possa immaginare!!! Portami nel lettone, babbo: ho davvero tanta paura.".
Il suo babbo, però, decise di dirgli che poteva stare tranquillo; accesa un attimo la luce, gli fece vedere che nella stanza non c'erano mostri.
Poi aggiunse: "Vuoi che ti insegno un trucco per fare sparire i mostri?".
"Certo", rispose il bambino.
"Quando vai a letto, prima di addormentarti, pensa a tutte le cose belle che hai fatto o che vorresti fare: pensa ai tuoi giochi più belli, ai maghi, ai principi, alle fate e a tutte le persone a cui vuoi bene. E se proprio arriva un mostro, anche se ti viene un po' di paura, ricordati che puoi decidere tu cosa fargli fare: minaccialo di buttarlo fuori dalla stanza..."
A questo punto, mia figlia ha iniziato ad inventarsi tutte le possibili torture alle quali sottoporre quel (povero) mostro.... la fiaba si è, quindi, arricchita di una serie di torture, degne della Santa Inquisizione, alle quali sottoporre gli ex-mostri.
"E da quel giorno, quel bambino capì di saper fare andare via i mostri. Ogni tanto, qualche mostro tornò da lui cercando di farlo spaventare... ma fuggì a gambe levate!!! E vuoi sapere chi era quel bambino? Ero io".
Questo finale a sorpresa è piaciuto molto a mia figlia: il giorno dopo, infatti, ha subito voluto che le raccontassi ancora una volta la storia, anzi le storie.
Si, perchè mi ha chiesto di raccontarle anche la sua storia, di come è stata brava a sconfiggere i mostri dei suoi brutti sogni.
E lo ha fatto davvero!!!
La notte seguente, infatti, ha fatto ancora un altro brutto sogno ma, stavolta, si è rigirata dall'altra parte nel letto e, da allora, gli incubi sono praticamente passati.
Forse siete curiosi di conoscere i principi in base ai quali ho strutturato la storia.
Se è così, teniamoci in contatto: li spiegherò brevemente nel prossimo blog di "Father & sons".
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02.11.2011 - 21:14:11
Guardando genitori e nonni con i loro bambini, mi capita spesso di chiedermi quanto siamo protettivi, anche oltre ogni ragionevole limite.
La prima tentazione (parlo per me, ma…) sarebbe quella di evitare ogni più piccola frustrazione ai nostri bimbi.
Provo a spiegarlo con alcuni esempi.
Una volta, mentre ero seduto in una piazza, mi è passata vicino una nonna col nipotino di pochi mesi che strillava come un disperato.
Ma la cosa particolare è che ad essere più disperata del nipotino era proprio la nonna: cercava, infatti, di calmarlo con gesti e tono di voce talmente esagitati che mettevano ansia pure a me che assistevo alla scena!
Più cercava di calmarlo, più il bambino strillava: non più per dolore, ormai, ma per paura.
Chi non ne avrebbe avuta a vedere una persona che rappresenta un punto di riferimento così preoccupata?
Per fortuna, mi capita anche di trovare genitori sereni e fiduciosi, capaci - di fronte ad una caduta dei loro figli - non solo di soccorrerli ma di accettare anche il naturale fatto che piangano e provino dolore.
Tollerando, cioè, che cadere è un processo insito nel percorso di crescita.
Ecco perchè è più facile vedere quegli stessi bambini lamentarsi meno e tornare subito a giocare (pur se, forse, un pò doloranti) insieme agli amichetti, con la certezza che quel piccolo fastidio passerà.
Forse perché l'esempio rassicurante dei genitori ha aiutato anche loro a tranquillizzarsi?
Ecco, perciò, il primo consiglio che mi sento di dare: il modo migliore per rassicurare i nostri figli di fronte alle difficoltà consiste nel rilassarsi e avere fiducia nella loro istintiva capacità di cavarsela.
Un altro errore frequente che noto è la tentazione di sminuire le loro emozioni: quante volte avete sentito (o magari anche detto) gli adulti dire a un bambino frasi del tipo: “Non piangere” o “Non è nulla”?
Apparentemente sono frasi rassicuranti...ma come vi sentireste se - in un momento di magone - qualcuno vi dicesse che non dovete essere tristi?
In termini di comunicazione, il messaggio che arriva è ben diverso: oltre che essere tristi vi sentireste anche inadeguati e non all'altezza di ciò che vi viene richiesto.
Ricordiamoci che i bambini sono piccoli, non stupidi e, quindi, capaci di percepire questi messaggi subliminali ancor meglio di noi!
Una volta, mia figlia (aveva circa 2 anni) si è messa a piangere perché la mamma stava uscendo mentre lei voleva ancora averla vicino.
Confesso che il primo istinto è stato quello di dirle che andava tutto bene e, quindi, di non piangere.
Per fortuna ciò di cui mi occupo per lavoro non rimane fuori dalla porta di casa: perciò, invece di negare le sue emozioni, le ho accolte.
E le ho detto: “Bene, mamma è uscita; so che tu volevi stare con lei e, per questo, adesso sei triste e piangi. Piangi se è quello che vuoi e, mentre piangi, accompagnami a prendere una cosa (presi un giochino). Così, intanto, ti racconto una storia (avevo, nel frattempo, preso un gioco oltre che iniziato a raccontare la storia)…”.
In pochissimi minuti, mia figlia aveva smesso di piangere e, accoccolata fra le mie braccia, sorrideva mentre io le raccontavo una delle sue storie preferite.
Qula è il secondo consiglio? Negare o giudicare le loro emozioni, i loro stati d’animo o i loro sentimenti è assolutamente controproducente: impariamo, prima, ad accettare la loro realtà, se vogliamo portarli nella nostra.
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