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Da Mandela, una lezione di leadership per gestire le riunioni

11 maggio 2014

Nella sua autobiografia, Nelson Mandela racconta di come si svolgevano le riunioni nel suo villaggio, riflettendo sui primi rudimenti da lui appresi in fatto di leadership.
Da bambino, Mandela poteva infatti godere di una posizione privilegiata: dopo la morte di suo padre, viene “adottato” da Jongintaba Dalindyebo, sostituto del re e reggente del popolo thembu, che si era offerto di diventarne il tutore, per riconoscenza nei confronti del padre.
E il modo di interpretare la leadership di Nelson Mandela fu influenzato proprio dall’osservazione del reggente e della sua corte, durante le riunioni tribali.

Quelle riunioni venivano indette quando era necessario e servivano per discutere questioni nazionali (del Tembuland) come la siccità, la selezione del bestiame, le politiche o le leggi governative. Tutti i Thembu potevano partecipare a queste riunioni; gli ospiti si riunivano nel cortile di fronte alla casa del reggente.

All’apertura della riunione, Jongintaba:

  • ringraziava i presenti per essere venuti
  • esponeva le ragioni che avevano portato a indire la riunione

La cosa interessante, secondo me, è che, da quel momento in poi, il reggente non pronunciava più parola fino al termine della riunione.
Chiunque lo desiderava poteva parlare, anche se esisteva una gerarchia di importanza e peso specifico (a seconda del ruolo) nei diversi interventi. Ovviamente, dato il metodo, le riunioni duravano parecchie ore (in base al principio che tutti gli uomini dovessero essere liberi di esprimersi).

Notavo che alcuni degli intervenuti divagavano senza venire mai al punto; e che altri affrontavano direttamente l’argomento o presentavano una serie di argomentazioni in modo convincente e stringato. Vedevo che alcuni degli oratori usavano l’emozione e il linguaggio drammatico come tecnica per smuovere il pubblico, mentre altri adottavano un tono sobrio e pacato disdegnando di far leva sull’emotività.
Sulle prime fui stupito dalla veemenza – e dal candore – con cui la gente criticava il reggente. Questi non era affatto al di sopra della critica; in realtà ne era spesso l’oggetto principale. Ma indipendentemente dalla consistenza dell’accusa, il reggente ascoltava soltanto, senza difendersi e senza mostrare la minima emozione
.”.

L’obiettivo delle riunioni era l’unanimità. Come scrive Mandela, infatti, “Le riunioni continuavano fino a che non si creava un’intesa. O si finiva con l’accordo unanime, o si continuava. L’unanimità si poteva trovare tuttavia nel concordare che si era in disaccordo, che si doveva attendere un momento più propizio per proporre una soluzione.”

Il reggente riprendeva a parlare alla fine della riunione (spesso con il sole al tramonto).
In questa fase, il compito del reggente era di fare sintesi, riassumere cioè le posizioni e le opinioni di tutti e creare convergenza, riallineare le posizioni diverse. Ma non venivano imposte soluzioni, nel caso in cui ci fosse ancora dissenso ma, anzi, si sarebbe tenuta una nuova riunione.

Nelle mie successive funzioni di leader” prosegue Mandela “ho sempre applicato i principi che vidi applicati per la prima volta dal reggente. Nelle discussioni ho sempre cercato di ascoltare quel che una persona aveva da dire prima di azzardare il mio parere. Ancora oggi, spesso, la mia opinione rappresenta semplicemente la somma di ciò che è emerso nel corso della discussione. Ricordo sempre il detto del reggente: un capo, sosteneva, è come un pastore: sta dietro al gregge e fa in modo che le pecore vadano avanti, così che le altre siano stimolate a seguirle, senza rendersi conto che per tutto il tempo c’è alle spalle qualcuno che le guida“.

In questi passaggi ho riassunto alcune delle considerazioni di un grande leader, quale Mandela ha saputo essere. 
Naturalmente, non si può applicare tutto alle riunioni di una piccola azienda oppure di un ente pubblico ma, con le opportune contestualizzazioni, da queste sue memorie si può apprendere molto.
Ad esempio, che è importante non passare troppo tempo in discussioni sterili: quindi, chi gestisce la riunione in azienda non dovrebbe lasciar parlare tutti per quanto vorrebbero ma fissare un tempo limite per ogni intervento, responsabilizzando in questo modo chi tende ad essere prolisso e a divagare.

Credo che uno dei messaggi principali lasciato da Mandela sia che la riunione è, soprattutto, un momento di ascolto e di sintesi di cui si fa carico chi detiene la leadership all’interno di un gruppo.